La stanza della memoria

luoghi e volti della Resistenza in Val Polcevera

Genova, 2004-2007
progetto fotografico e video, pubblicato nell’omonimo libro da Edizioni Il Golfo
con un testo critico di Francesco Zanot e la prefazione di Raimondo Ricci

prodotto da Provincia di Genova, Assessorato all’Istruzione
in collaborazione con
Comune di Campomorone
ANPI Genova
ILSREC

MEMORIA, MORTE, TEMPO: PER UN GLOSSARIO DELLA FOTOGRAFIA
Francesco Zanot

La fotografia, si sa, è legata a doppio filo con il proprio referente, per cui capita che nel descriverla e nel giudicarla si concentri l’attenzione sull’oggetto che rappresenta, accordando all’una gli attributi dell’altro. La stanza della memoria può così essere descritto esclusivamente come un impegnativo saggio documentario attraverso cui viene ricostruita una tragica vicenda del passato nazionale, ovvero quella della violenta repressione dei resistenti partigiani avvenuta nell’aprile del 1944 a cavallo fra la provincia di Genova e quella di Alessandria. Tuttavia il progetto di Andrea Botto costituisce altresì, a un secondo livello di interpretazione, una lucida riflessione sullo stesso linguaggio nel quale è scritto, allineando una serie di motivi e tematiche fondamentali per la storia e la teoria della fotografia quali sono la memoria, la morte e il tempo.

La memoria del titolo si riferisce immediatamente a una funzione sostanziale di questo progetto, che è quella di riattivare il ricordo di un dramma consumatosi da più di sessant’anni. Il fatto poi che questa funzione venga esercitata attraverso la fotografia è ugualmente significativo, poiché essa costituisce di per sé un surrogato tecnologico della memoria, ovvero si pone in un’ipotetica scala evolutiva delle attività umane come un rivoluzionario supporto della capacità mnemonica della mente piuttosto che come un aggiornamento delle arti visive. In questo senso acquisisce particolare significato l’inclusione di alcune fotografie d’archivio nella sequenza delle immagini contemporanee di Andrea Botto, con la quale viene stabilita la doppia natura di questo lavoro, insieme testimonianza ed evocazione. Sopra questa evidenza si innesta la scelta dell’autore di non presentare i materiali d’epoca per sé stessi, ma, dopo averli rifotografati attuando tagli e selezioni, equiparandoli alle sue stesse opere. E’ un atto di appropriazione tipico dell’utilizzo di questo mezzo, ma anche un’esplicita messinscena dello scarto temporale su cui si fonda l’esercizio della memoria, con le aberrazioni che questo inevitabilmente porta con sé.

 

Per un verso la fotografia è opposta alla morte, poiché rimuove una delle condizioni necessarie del suo verificarsi: lo scorrere del tempo. E’ il motivo per cui, nonostante le venga attribuita l’intrinseca prerogativa di conferire a ciò che rientra nei limiti dell’inquadratura un indiscutibile statuto di verità, può essere considerata una grave menzogna, la più deprecabile fra quelle corrispondenti ai sistemi di rappresentazione simbolica del visibile. Ciò nondimeno essa intrattiene un inequivocabile legame di continuità con la morte, in primo luogo per il fatto di congelare i propri soggetti in pose immobili ed eterne (da ciò il disagio che spesso accompagna l’esperienza dell’essere fotografati), quindi perché consente, attraverso un confronto, di documentare la corruttibilità dei corpi. Se è vero che questa dialettica si sviluppa soprattutto nella fotografia di ritratto, Botto la frequenta nella composita serie de La stanza della memoria introducendovi una volta ancora interessanti elementi di problematizzazione: i soggetti che posano di fronte al suo obiettivo, in gran parte anziani partigiani che hanno vissuto i tumulti del ’44, risultano infatti come veri e propri sopravvissuti, in bilico fra un trapasso da cui sono scampati per coincidenza e un’esistenza segnata dall’esperienza della perdita, fantasmi ancor prima che la breve apertura dell’otturatore li faccia diventare tali. Quando Botto li raduna in rari gruppi di famiglia formati dai rappresentanti di almeno tre generazioni, poi, la corruttibilità dei corpi di cui sopra risulta evidente nella continuità fisica di un unico fotogramma, sfruttando il principio della discendenza.

Nell’intera storia della fotografia il tema della morte è stato sviluppato nella maniera più esplicita e nella misura più frequente in concomitanza con la trattazione di un altro soggetto privilegiato di questo medium: la guerra. In buona sostanza è da quando sono state inventate le prime tecniche per “scrivere con la luce” che si è cominciato ad utilizzarle per documentare gli eventi bellici di tutto il mondo, dopodichè le vicende di queste due pratiche si sono intrecciate al punto tale che è possibile seguirne parallelamente le evoluzioni e gli aggiornamenti. Il progetto di Botto può essere fatto rientrare a pieno titolo all’interno di questo intreccio, nonostante sia stato realizzato a oltre mezzo secolo dalla conclusione del conflitto che sta alla base della narrazione e naturalmente non sia riscontrabile al suo interno alcuna azione della battaglia. Più che mai distante dall’estetica e dall’atteggiamento più tipici dei reporter di guerra, immersi nei fumi degli scontri, Botto lavora in modo molto simile ai colleghi ottocenteschi che, soprattutto a causa della pesantezza e della lentezza delle attrezzature che utilizzavano, scendevano sul campo quando ormai il conflitto si era trasferito a chilometri di distanza, trovandosi al cospetto delle sole tracce di ciò che era accaduto. Il loro compito, spesso molto complicato dato il materiale a disposizione, era allora quello di evocare ciò che non poteva essere visto. A questo si aggiunge per Botto quello di commemorare: oltre che sfruttando i materiali d’archivio e la pratica del ritratto, in una sequenza che travalica i generi classici della fotografia convalidando piuttosto la tendenza contemporanea della loro compenetrabilità, lo fa attraverso composte scene di paesaggio in cui il dramma del passato viene reso evidente per il tramite di una trama complessa di elementi simbolici: un pesante masso appoggiato alla base dell’inquadratura, un ramo spezzato, alcuni solchi nella terra, la nebbia che sfuma la linea dell’orizzonte, tamponano un’assenza  e forniscono il sostrato semantico sul quale si basa l’interpretazione dello spettatore.

Biennale di Alessandria, 2010 _ screen projection + video

Il tempo, con il suo fluire ininterrotto s’intende, è uno dei fattori che stanno alla base, rendendoli possibili, di entrambi i soggetti dei paragrafi precedenti: la memoria e la morte. E’ anche un irrinunciabile componente del procedimento fotografico. Per questo motivo Botto non ha potuto sottrarsi dall’esplicitarne la centralità includendo nel suo lavoro alcune micro-serie di cui è assoluto protagonista, realizzate secondo uno schema particolarmente frequentato nella storia della fotografia d’ogni epoca, ovvero lasciando perfettamente immutata l’inquadratura in due o più scatti successivi (l’intervallo di questa successione può variare notevolmente). Fra queste c’è una coppia d’immagini che manifestano uno scarto minimo. Al centro una proiezione di luce (l’altro indispensabile “ingrediente” della fotografia) dal profilo squadrato indica il punto dove convogliare l’interesse. Si vede un prato verde sul quale giacciono numerose foglie avvizzite e cadute da un albero che rimane fuori dalla scena. E’ la sintesi di ciò che viene prima e dopo.