La parte del problema

Fotografia, crisi ecologica e revisione delle pratiche

Editoriale scritto per la rivista “Il Fotografo” n. 359, maggio/giugno 2026, Sprea Editori, Milano

Per molto tempo la fotografia ha potuto pensarsi come uno strumento di registrazione, di denuncia, perfino di vigilanza, come se bastasse rivolgere l’obiettivo verso il mondo per collocarsi dalla parte giusta. Oggi questa posizione non regge più. La crisi ecologica non interroga soltanto ciò che fotografiamo, ma il modo in cui lo guardiamo, lo ritagliamo, lo trasformiamo in immagine. Interroga il medium stesso, la sua storia, le pratiche che lo accompagnano, la sua complicità con un’idea di mondo fondata sulla distanza, sulla disponibilità delle cose, sulla riduzione del vivente a superficie osservabile.

La dicotomia tra Uomo e Natura, che la modernità ha imposto come orizzonte quasi ovvio, appartiene a questa storia. L’idea che l’umano possa stare di fronte al mondo, separato da esso, come suo osservatore, interprete o amministratore, non è un dato naturale ma una costruzione culturale, politica e visiva. La fotografia eredita fino in fondo questa postura e, nello stesso tempo, la rafforza: uno sguardo centrato, apparentemente neutrale, che isola, misura, ordina, rende disponibile. È anche a partire da questioni come queste che con Laura Cantarella, nel saggio Giocatori Divergenti: strategie fotografiche per il New Climatic Regime, pubblicato nel 2020 e oggi approfondito in un libro, abbiamo provato a nominare il passaggio necessario da paesaggio ad ambiente. Necessario perché il paesaggio, così come lo abbiamo ereditato, continua a portare con sé la centralità dell’osservatore e la riduzione del mondo a immagine, mentre l’ambiente chiama in causa un sistema complesso di relazioni, conflitti, interdipendenze e una pluralità di sguardi che la fotografia non può più eludere.

C’è poi un punto più scomodo, che riguarda la nostra stessa pratica. Abbiamo fotografato molto, spesso benissimo, e questo non ha impedito la distruzione. In certi casi l’ha persino accompagnata, restituendola in forme così compiute e convincenti da renderla attraversabile senza attrito, perfino sopportabile. L’immagine, però, non dimostra e non chiarisce: mostra, espone, trattiene, devia. È proprio questa sua ambiguità a costituirne una possibilità, non un limite da correggere. Dentro ogni immagine agisce anche una forza estetica, inevitabile e tutt’altro che neutrale. Il problema comincia quando questa forza diventa il fine, quando il conflitto si ricompone troppo in fretta e la distruzione si lascia guardare con troppa facilità. Per questo sento necessaria un’autocritica di sistema. Non ci serve una fotografia ecologica nei soggetti, se continua a essere estrattiva nelle forme, se continua a prelevare immagini dal reale come si preleva materia, energia, valore. Non ci serve un medium che denuncia il disastro reiterando la logica che lo ha prodotto. Non basta che un’immagine assuma temi urgenti per sottrarsi alle logiche che la attraversano, perché spesso è proprio nelle forme più compiute, più persuasive e più facilmente riconosciute come autorevoli, che quelle logiche continuano ad agire con maggiore discrezione.

Quello che oggi mi interessa è una fotografia meno assertiva, meno verticale, capace di farsi carotaggio, montaggio, attraversamento, spazio di relazione tra sguardi diversi. Una fotografia che rinunci a una parte del proprio potere, che accetti il dubbio, l’ambiguità, la dispersione, perfino la propria insufficienza. Non come risposta, ma come innesco. Non come controllo del visibile, ma come esposizione a ciò che cambia, cede, esplode, scompare. È da questa distruzione, anche creativa, che forse si potrebbe ricominciare.